Lo Zen e l’arte della manutenzione della bicicletta (sono un ragazzo fortunato)

Ultima fatica letteraria di questo tour ciclistico.

Perchè il titolo? Io sono per lo Zen, punto.

Premesso che il libro, quello vero della citazione, non l’ho mai letto, la manutenzione della bicicletta (diciamo pure la manutenzione in generale) non è una cosa per cui ho talento nè mi appassiona particolarmente.

Al di là del fatto che la manutenzione spesso richiede la lettura di manuali di istruzioni e/o lo sporcarsi le mani di grasso (entrambe cose che non mi vengono proprio naturali e che faccio solo se fortemente costretto dalla situazione), penso che la manutenzione sia la negazione della creatività e non riesco ad applicare il cervello in questi casi, parto dal presupposto che sicuramente c’è chi ha più talento di me – a questo punto richiedo l’aiuto da casa (o anche da dove volete, basta che non lo debba fare io).

Questa teoria ha un fortissima base scientifica che viene dalla tradizione illuminista di Milano ed è ben sintetizzata dalla frase: “Offelee, fa el tò mestee”.

Due numeri di background: in 11 giorni di pedalata ho fatto 1040 km, 5 passi dolomitici (2 veri, Pordoi e Falzarego), +6870 metri di dislivello (12 barrette energetiche e credo 17 bustine di polase)

Detto questo, sono un ragazzo fortunato:

  • Mi sono portato dietro per 2 settimane gli attrezzi per la manutenzione e le camere d’aria di scorta (sono ancora tutti intatti nelle relative confezioni, che mi sono guardato bene dall’aprire – qualcuno mi aveva anche suggerito di allenarmi a cambiare le camere d’aria…)
  • Non ho mai bucato
  • Ho avuto solo due piccoli problemi meccanici (vite allentata sul cambio più un raggio rotto a Dobbiaco e pedale smollato a Badia Polesine) ma sono riuscito a trovare due “talenti professionisti” che me li hanno risolti
  • In due settimane tendenzalmente caratterizzate da perturbrazioni diffuse, ho preso l’acqua solo un paio di volte in maniera assolutamente marginale (un quarto d’ora in Austria e gli ultimi 2 km arrivando a Rovigo). Devo dire che in questo mi hanno aiutato il meteo dell’iphone, il fatto che alle 3 del pomeriggio fossi quasi sempre già arrivato (e infatti le due volte che l’ho presa mi ero attardato) ed anche una discreta razione di fortuna (appunto)

Non mi lancio invece in una definizione filosofica di Zen (non ne sarei in grado) ma mi limito a constatare che in bicicletta si pensa veramente tanto. Il cellulare che non suona e l’assenza di altre distrazioni sicuramente aiutano, i paesaggi maestosi pure (dalla meraviglia delle Dolomiti al fascino dei colori dei campi della pianura piadana rispetto al grigio-bianco e azzurro che si alternavano in cielo) ma probabilmente è il desiderio (o necessità) di staccare il cervello da piccole banalità tipo “oggi non riuscirò ad arrivare” che spingono a liberare la mente da tutto quello che è accessorio.

Probabilmente amici ben più ferrati di me potrebbero azzardare anche paragoni più arditi, il viaggio che diventa evocativo del viaggio dell’eroe. Non lo so e non lo voglio sapere, sicuramente l’essere arrivato a destinazione è una grande soddisfazione, gli ultimi due giorni sono stati forse i più duri perchè avevo la consapevolezza di esserci riuscito e quindi la determinazione crollava verticalmente….

Ieri ho anche pensato di arrivare a Gessate, capolinea linea verde verso Est e fare la mia entrata trionfale a Milano in metropolitana. Poi la mia testa di legno ha avuto il soppravvento, così come l’ambizione di fare una foto davanti al Dòm. L’accesso a piazza Duomo è stato sulla dorsale corso Lodi, corso di Porta Romana, corso Italia, tutte rigorosamente caratterizzate da una bellissima pavimentazione in Pavè: ecco, 4-5 km sul pavè dopo 125 km corrispondono a tutta la Milano-Roubaix (non è un errore, si parte prima di Parigi per enfatizzare il challenge epocale, n.d.r.) in termini di ripercussioni sul soprasella.

Cosa mi ha lasciato questo viaggio? Sicuramente la voglia di provarci – come dicevo in un articolo precedente (ho deciso autonomamente di promuoverli ad articoli), “il viaggio ci rende felici, non la destinazione”. Sarebbe stato lo stesso se non ci fossi riuscito? Onestamente, credo di sì. Forse avrei utilizzato tutta la mia esperienza di consulente per ipotizzare un numero di scuse plausibili e sensate, ma avere la consapevolezza di poterlo fare (il viaggio intendo) non ha prezzo, a quel punto hai anche le spalle grandi per poter fallire e parlarne serenamente – Brecht diceva che chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso.

Cosa mi mancherà? Purtroppo temo che questa esperienza non mi permetterà di ricevere il premio Pulitzer, ma il fatto di voler produrre un articolo ogni due giorni mi è piaciuto veramente tanto, è stata una bellissima esperienza e devo dire grazie a Taurus 1908 che me l’ha consentita. Paradossalmente, è questo il motivo per cui li devo ringraziare di più, oltre alla bellissima bici con i parafanghi di legno che mi hanno lasciato assemblare per il mio viaggio.

Con questo ho introdotto i ringraziamenti:

  • Taurus 1908, appunto
  • Un grazie particolare a chi mi ha stimolato sulla via della testimonialità e del marketing, è stato molto divertente
  • Un pensiero triste per un amico che non c’è più, che mi ha fatto capire che le mie montagne possono essere attraversate anche a pedali
  • Un ringraziamente sentito per gli amici che non lo credevano possibile, primo motore motivazionale (ed anche a Elena per la pazienza dimostrata)
  • Grazie al Coro Femminile di Stato della Radio e Televisione bulgara che ha portato in Italia finalmente un ballo a misura d’uomo, più umano, più vero (era tanto che non la sentivate, vero?)
  • Un ultimo grazie a tutti i miei affezionati lettori

Claudio Bianchi

Il viaggio ci rende felici non la destinazione

Dopo il week end di quasi relax, sono partito domenica pomeriggio sulla strada del ritorno a Milano. Dopo la settimana dolomitica l’ansia da prestazione è sicuramente superata: purtroppo è “tutta discesa” solo metaforicamente, e non avete idea di quanto sia grande la pianura padana…

La frase del titolo la sto metabolizzando, penso che sia abbastanza  vera, soprattutto considerando che tanti amici non avrebbero scommesso una lira sul completamento del viaggio, forse neanche io. Il viaggio è diventato una sfida con me stesso, bella già per il fatto di giocarla.

Comunque, per fuggire al piattume della pianura dopo gli emozionanti paesaggi delle mie Dolomiti, sto cercando di incontrare amici nella varie tappe verso l’agognata amaca del terrazzo di casa, destinazione ultima. Per carità, non voglio trattare male i paesaggi veneti e lombardi che ancora mi aspettano: in Italia, come direbbe Bartali, dove pedali pedali che ai francesi ancora le balle gli girano (libera estrapolazione da una canzone di Jannacci, n.d.r.). Solo che la sfida va rinnovata nel continuo.

In generale, ogni giorno i primi dieci chilometri sono i più duri mentalmente, così piccoli come tratta di fronte all’immensità dell’obiettivo.

Dopo il ventesimo chilometro si comincia ad apprezzare la tangibilità dell’obiettivo e questo infonde se non forza almeno naturalezza. Qui la mente spazia, si seguono ipotesi e scenari di argomenti che hanno di solito poco a che fare con le due ruote e si pedala con disinvoltura non vedendo l’ora di dare un seguito ai propri pensieri (telefonate, discussioni, anche articoli per questo blog: molte delle idee originali nascono pedalando).

A questo punto nella parte finale bisogna separare la tappa leggera da quella epocale.

Nella tappa leggera, senza meta prefissata, parte la sindrome dell’”abbiamo fatto 30, facciamo 31”, in cui già consci di avere già dato, si continua a pedalare fino ad abbrutimento per il piacere del viaggio, all’inseguimento della nostra fortezza Bastiani semovente che è sempre qualche chilometro avanti.

La cosidetta tappa epocale ha invece una meta ambiziosa, determinata e spesso oltre il limite delle proprie capacità fisiche. Anche in questo caso la destinazione diventa relativa, la discriminante è tra l’esserci arrivato e l’aver dovuto invece ricorrere ad uno degli ennemila fantasiosi piani B che sono stati comunque ipotizzati pedalando, dal drone di Amazon al pullman di Priscilla la regina del deserto, tutti ovviamente diretti dove stiamo andando noi…

Comunque, per dirla in francese, non ci sono cazzi, quando non se ne ha più …ogni chilometro è un supplizio eterno. Adesso che sono allenato, il mio limite sono circa 110km, dopo pedalo con i gomiti e non solo metaforicamente. Il dubbio è che i 29 gradi degli ultimi 2 giorni abbassino il mio limite a circa 70km…vediamo.

Nel dubbio, per la tappa di domani, non ho una ma ben due destinazioni:

  • La foto con la mia Taurus 1908 davanti al ponte di Calatrava a Venezia (ho chiamato il massimo esperto di Venezia per capire se i suggerimenti pedonali di Google Maps – traghetto B fino a Cannaregio e poi in pochi minuti fino a Piazzale Roma – non mi facessero arrestare…ipotesi abbandonata, pedalerò sul ponte dalla terraferma)
  • Cena con amici a Rovigo

Claudio Bianchi

Come fosse Pantani per lei anche per due

Mi sono innamorato di questo titolo perché lo trovo una sorta di crasi geniale: la supercazzola ciclistica. L’avevo citata in precedenza per quelli che mi sfilavano via in salita come se non ci fosse un domani dopo il prossimo tornante, adesso però penso di meritarmela.

Partiamo con ordine, il piano di viaggio l’ho preparato da solo, con google maps e booking per fissare le tappe: ovviamente non sono un millenial ma credo di cavarmela benino su temi digital…

Google maps ha qualche limitazione (non considera mai la bicicletta come mezzo, se selezioni la macchina non ti fornisce le altimetrie che vedi solo se dici che sei a piedi e non stai usando tablet o cellulare), nella parte dolomitica ho sopperito anche con la mia conoscenza della zona, più avanti ho toppato alla grande la pianificazione…

Mercoledì tappa Lienz-Villach, impegnativa ai limiti delle mie possibilità (118 km con 780m di dislivello in salita) ma tutto sommato molto piacevole. L’unica menata è che in parecchi tratti prima di Spittal la strada statale era preclusa e le alternative molto mal segnalate, tant’è che mi sono trovato ad attraversare l’area di lavoro di quella che credo sia una delle più grandi segherie d’europa: una piccola bicicletta con le sue borsone in mezzo a caterpillar alti tre volte me, gru da carico, tronchi da 10-15 metri, trasporti eccezionali per caricare i tronchi, segatura per terra, idranti che giravano per bagnare il legno e cecchini appostati (non li ho visti, ma sono sicuro ci fossero).

Dopo Spittal, la situazione cambia perché si incontra la ciclovia Alpe Adria (R1), 9 teoriche tappe da Salisburgo a Grado. La semi tappa Spittal-Villach è molto bella, tutta lungo la Drava (Drau), grosso fiume affluente del Danubio. Ad un certo punto si vede anche un effetto “incrocio delle acque” (le acque di un affluente si congiungono ma rimangono visivamente separate per un bel pezzo a causa di temperature e densità differenti) come quello che avevo visto solo sul Rio delle Amazzoni.

I problemi nascono con la tappa di giovedì. Avevo previsto di partire da Villach ed arrivare a San Pietro al Natisone, rientrando in Italia arrivando da Caporetto in Slovenia, circa 100km…peccato che mi fossi perso nel piano un’altimetria tipo cronoscalata del Mortirolo e del passo Giau nella stessa tappa del giro d’Italia.

Penso al piano alternativo: ok, se passo da Tarvisio sono 140km (compresa salita da Villach) ma ce la potrei fare. Mm, se guardo le tappe della Ciclovia Alpe Adria sono solo 4 tappe fino ad Udine più un pezzo. Ma sì, due sono facili e due medie, se sto sulla statale risparmio qualcosa. In fondo è anche una sfida, parto carico a molla…

La scelta della statale non è stata sbagliata, non molto frequentata con l’autostrada che passa più in alto sull’altro lato della valle, permette di apprezzare il paesaggio. Già a partire dalla frontiera abbandonata ma soprattutto attraversando i paesi sotto si avverte un certo senso di dismissione di posti che sicuramente hanno avuto tempi migliori: tante caserme, stazioni, case e alberghi che versano in stato di abbandono.

Il panorama non è male, il fiume scorre verso l’adriatico (ok, adesso dovrebbe essere quasi solo discesa), purtroppo vento contro, le mura ed il borgo di Venzone sono molto spettacolari…a Udine (120km), stanco ma con la determinazione di fare gli ultimi 20km, imposto sul navigatore San Giovanni al Natisone…

Gli ultimi chilometri sono devastanti, pura ed esclusiva abnegazione e resilienza. Arrivo a San Giovanni (al Natisone) e scopro che l’agriturismo è a San Pietro (sempre al Natisone), 22 km distante (tra l’altro in parte tornando indietro) – game over.

Chiamo Francesco, proprietario dell’agriturismo che ho prenotato (Monte del Re, n.d.r.), e gli chiedo se non hanno un furgone per venirmi a prendere – devo avergli fatto veramente pena, fatto sta che un’oretta dopo abbiamo caricato la mia bici in macchina e sono finalmente arrivato. Per sdebitarmi l’ho invitato a cena in un posto lì vicino, ciaccolando di temi legati al territorio, ai ceppi etnici, allo sviluppo, all’imprenditorialità, alla burocrazia, con la vista di un Friulano doc vs un Milanese che frequenta spesso l’Alto Adige. Discussione interessante e cena molto buona con un solo imprevisto: entrando nel ristorante, Francesco è stato anche morso dal cane lupo del cuoco…io avrei potuto morire se avesse attaccato me, come ben sanno i miei amici…

Scrivo questo articolo venerdì mattina, ultimo giorno di fatica della prima settimana: oggi 80km in relax per arrivare a Trieste, dove passerò il week end con Elena che mi raggiunge in treno.

Domani finalmente riposo, yeah

(prima settimana 6 giorni di pedalate, 500km, +5200m dislivello)

Claudio Bianchi

Lunga e diritta correva la strada

Terza fatica …letteraria, anche questa relativa a due giornate di pedalata.

Non penso che mi daranno mai il pulitzer e non credo neanche che mi candiderò (però se avete i moduli a casa e qualche amico in commissione, per cortesia fatemelo sapere).

Partiamo da ieri, lunedì, dove ho affrontato la seconda fatica (di Ercole? In effetti dovrebbero essere dodici…), da Arabba a Cortina attraverso il Falzarego, percorso fatto tante volte d’inverno con gli amici quando da Porta Vescovo ci vogliamo spostare velocemente sulle piste da sci di Cortina e quindi ci stringiamo in uno dei pulmini dei cosiddetti avvoltoi…per carità sono taxisti che fanno il loro lavoro, però un po’ li ricordano quando compaiono sui passi del Sella Ronda alle 4 in punto, 30 secondi dopo la chiusura dell’ultimo impianto utile per tornare con gli sci nella valle di provenienza e raccolgono sventurati fino a capienza (a 20 euro cadacranio).

Ecco, in bici è decisamente più impegnativo, anche se il fascino di salire per questa vallata non troppo frequentata (diciamo che i percorsi di avvicinamento alle località più rinomate non passano di lì) è impagabile così come la sensazione di girarsi a due tornanti dalla cima e guardare indietro verso la vallata verdissima con il Col di Lana sulla destra.

Gli obiettivi della giornata erano tre, tutti rigorosamente raggiunti:

  • Primo: arrivare. Non è che ne fossi così sicuro, in fondo erano 43 km con 1187m di dislivello in salita, il giorno dopo il Pordoi
  • Secondo: pedalare sempre. Anche qui, tolti tutti quelli che mi passano via “come fosse Pantani per lei anche per due” (sono un genio… J) e che comunque non hanno bagagli (e non hanno voluto neanche fare pipì in una provetta, n.d.r.), volevo evitare anche quel paio di km spingendo la bici del giorno prima al pordoi, fa brutto. Quindi con molta calma (vi piacciono le foto su Instagram? Per farle ho dovuto aumentare le soste…), sono arrivato in cima pedalando.
  • Terzo: fare la foto in cima al Falzarego, vicino al cartello che segnala 2105 slm (per cortesia apprezzate) con su il gilet tecnico da bicicletta! Perché? Innanzitutto sembro magrissimo, ma il motivo principale è che sulla foto del Pordoi, con la maglietta bianca “vedo-nonvedo”, qualcuno ha commentato che avevo sotto il costume di Borat ….

Passiamo a martedì, tappa da Cortina a Dobbiaco e da qui a Lienz in Austria (sbagliando strada in dirittura sono 75,5 km con i loro 763m di dislivello in salita).

Partenza prima delle otto guardando il meteo (40% di probabilità di rovesci dopo le 11), fa un certo freddo (in alcune regioni di Italia viene anche definito “un freddo porco”), oggi con il sole mi sono venute due ginocchia bordò (“tra su de ciuc” in milanese, intraducibile n.d.r. J) senza neanche accorgermene.

Nella salita verso Cimebanche mi accorgo che il cambio ha dei problemi: riesco ad usare solo il pignone più grande (con le tre corone davanti, in salita non era neanche male). Ovviamente, conscio della mia scarsa dimestichezza con la meccanica (ed anche con il grasso della catena, forse anche più la seconda J), non mi sono minimamente sognato di aggiustarlo da solo nonostante il set completo di attrezzi di cui mi ha dotato Taurus 1908. Risultato? Per arrivare a Dobbiaco ho pedalato per un’ora a “frullatore” senza possibilità di cambiare, come quando da ragazzino avevo convinto mia sorella a barattare la sua “Graziella” (era il vezzo dei bambinetti dell’epoca) con la mia bella bici da uomo che mi avevano appena regalato.

Tra parentesi, ho visto che Taurus 1908 ha in assortimento anche delle “Grazielle” fatte per Acqua dell’Elba in color acquamarina…mi sa che potrei anche farmi fregare ancora..

Arrivato a Dobbiaco mi fiondo nel primo negozio di bici, Dolomiti Slowbike, dove mi invitano ad approcciare il loro meccanico, Max. Devo dire che ero un po’ spaventato da questo nome da altoatesino mono lingua come tanti c’è ne sono in Alta Pusteria…invece Max è di Treviso (“sei Veneto, non altoatesino?” “Come dicono qua, italiano. Anzi, mi piace esagerare la cadenza da quando sono qui”). Tra una “ciaccolata” e l’altra (avevo un nonno di campo San Polo, n.d.r.), il mio simpatico quasi coetaneo mi aggiusta il cambio, mi cambia un raggio e raddrizza perfettamente  la ruota – grazie!

La seconda parte della giornata è quella del titolo dell’articolo, la bellissima ciclabile che da Dobbiaco porta a Lienz (poco meno di 50 km in piano o leggera discesa, la maggior parte accanto ad un fiume quest’anno particolarmente impetuoso e ricco d’acqua.

In questo periodo non è particolarmente frequentata, qualche straniero che ha anticipato le ferie, e quindi veramente affascinante, per paesaggi, silenzi (tranne il fiume) e lontananza dalle macchine.

Percorrerla da solo è bellissimo, ti concentri con i tuoi pensieri e via…

A metà ho sfilato una compagnia di 20 svizzeri con pettorine gialle riflettenti (e abbigliamento “preciso”) dietro uno con la scritta “GUIDE” e seguiti da un “chiudi pista” con un grosso zaino (la merenda?). Fermandomi a fare una foto, li ho dovuti poi superare ancora: sarà stata la mia impressione, ma la guida ed il chiudi pista guardavano con tanta invidia la mia solitudine: adesso però finisco l’articolo perché ho una conversazione con “Wilson” (non vorrei si sgonfiasse J).

Claudio Bianchi

Siamo partiti (io e la mia bici)

Mi sa che l’ha già scritta qualcuno ma va bene così

Comincio a scrivere nel giorno meno uno… più che effetto “Sabato del villaggio”, il sentimento predominante è “chissà che cosa mi dimenticherò ancora”, oltre ad un pochino di ansia da prestazione.

E’ strano, so che non avrò il pc al seguito per 2 settimane e quindi sto rinviando tutta una serie di cose stimolanti per quando torno a Milano, nel frattempo sento questa libertà che avanza…

Stamattina ho fatto l’ultimo allenamento, da Carezza a Vigo back and forth, 22 km (poco piano, quindi 50% salita e 736 m di dislivello): la prima parte è la partenza del giorno 1 domani mattina, solo che dopo proseguirò per Arabba.

Dopo aver scollinato al passo di Costalunga, nella discesa verso Vigo mi sono trovato a sfilare una dozzina di Porsche bellissime, molte aperte…erano ferme ad un semaforo di transito alternato (stanno rifacendo un ponte). Risalendo la fila mi rendo conto degli sguardi di invidia nei confronti della mia bellissima Taurus 1908 e dell’eleganza complessiva bicicletta-outfit in uno degli scenari più belli del mondo (vedi foto) – gongolo della cosa e mi riprometto che non sarebbe da me esercitare l’invidia uguale e contraria.

Nel dubbio però, se l’anno prossimo rifaccio il giro, credo che chiederò a Porsche se mi dota di un mezzo, pensavo ad una GT3 oppure una 911 Targa, sicuramente però non accetterò la loro proposta a meno che mi facciano scegliere colore e componentistica come ha fatto Taurus 1908, magari anche i parafanghi in legno .

Non pubblicherò questo articolo stasera, troppo è il timore del Pordoi domani. Era una scelta obbligata volendo partire da Carezza, ma è pur sempre la “cima Coppi” nel giorno 1 del mio viaggio…

Come dice un mio amico che vive in Giappone, intanto cominciamo con una testata poi discutiamo (forse la paternità della frase è addirittura mia, attribuendola a lui che però non ha mai negato l’approccio…).

Aggiornamento del 3 giugno, sono passato sul passo Pordoi a 2242 metri (dislivello totale 1000+) e quindi arrivato ad Arabba, fine della prima tappa: adesso sono stanco ma felice, sono in un posto che amo – nella discesa dal Pordoi ho avuto modo di ammirare, oltre agli scenografici tornanti in discesa, le bellissime piste nere di Porta Vescovo sulla destra, teatro di tante delle mie sciate preferite.

La mia Taurus 1908 ha fatto il suo dovere, sicuramente nella meritata pausa sulla vetta, ha avuto la sua meritata razione di complimenti per l’estetica. Per dirla in francese, invece quando sono in salita quelli delle Porsche non mi cag..o di pezza, boh…

Per amore di trasparenza, più di qualcuno mi ha superato in salita (per favore, potrebbe cortesemente fare pipì in una provetta?) ed un paio di km li ho anche fatti spingendo la bici, ma va bene così, ve lo assicuro.

Comincio anche a pensare che forse ce la potrò fare a completare il mio giro

”Scusa, ma il Pordoi non sono 2239?” – “Sì, ma io pedalavo a 3 metri da terra….”

Claudio Bianchi

Io Testimonial che son io, Testimonial che non sono altro

Non te l’aspettavi eh! Invece eccola qua, come mi è venuta..e chi lo sa!

Se proprio avessi dovuto pensare di fare il testimonial per qualcosa avrei pensato a qualcosa legato al mondo del cibo o del vino (un bel Syrah toscano? Sono comunque aperto a valutare opportunità), oppure una lozione contro la caduta dei capelli (dote naturale, molto invidiata da tanti dei miei amici), al limite un bel paio di sci da gigante (ci sono aziende, una in Svizzera, per cui in effetti sarei disposto a pagare io per fare il testimonial).

Invece Taurus 1908 riconoscendomi come grande estimatore delle bici che produce, ha deciso di offrirmi una bicicletta per le peripezie ciclistiche.

Volevo fare qualche giorno in bicicletta da solo e ho pensato di partire dalle mie montagne, le Dolomiti. Questo in effetti mi ha motivato per due ragioni principali: sono le montagne più belle del mondo e le conosco quasi come le mie tasche (come se questo facilitasse la performance …)”

Ho disegnato il primo tratto fino a Trieste, ritagliando le tappe sulla base dei luoghi in cui volevo transitare e soprattutto delle mie capacità fisiche (quindi 80, massimo 100Km se in piano, massimo 40Km se con salite significative – il Pordoi, credo si dica “cima Coppi”, arriva il primo giorno…).

Trieste poi è una bellissima meta, adatta anche per un weekend romantico e ho convinto mia moglie a raggiungermi. Tornare in treno o macchina mi sembrava però limitativo dell’impresa e alla fine ho deciso di tornare a Milano in bicicletta passando da Venezia e quindi percorrendo ampi tratti della VENTO, pista ciclabile che parte da Venezia per arrivare addirittura a Torino.

Totale percorso circa 1100 Km e 15 giorni di pedalata. Ovviamente non si sprecano gli amici che dubitano della mia performance, quando gli dico che arrivo da un inverno con 50 giorni di sci e 30 ore di squash, mi obiettano che in bicicletta è diverso. Quindi mi sto allenando…

Penso che quello che sia piaciuto a Taurus è il fatto che uno che atleta lo era solo fino all’università (niente battute becere per favore), con un lavoro da manager (quindi abbastanza sedentario), amante dei viaggi, dello sci (non c’entra ma fa niente, è importante!), del buon cibo e ovviamente del buon vino (qualche chilo in più?) volesse fare questo viaggio abbastanza impegnativo senza essere un semi-professionista ne’ un “ciclista seriale”.

In realtà, cosa accomuna me e Taurus 1908? Credo soprattutto il gusto per l’estetica. Ci siamo trovati subito su tutte le cose da definire assieme e lo vedrete dalla bicicletta.

Personalmente, non riuscirei a fare il testimonial per un prodotto o un brand che non mi piace:

  • Sarò anche un fighetta milanese (sì, è maschile), ad esempio non ce la faccio proprio ad indossare i capi della marca privata di un noto retailer sportivo Francese… faccio fatica a pronunciarla, neanche fosse Voldemort…
  • se volete parliamo anche di Cracco con le patatine San Carlo, però in questo caso pecunia non olet (e spero siano veramente tanti per sput…rsi così)

Taurus 1908 mi ha fatto vedere i vari modelli e, una volta individuato quello più adatto, ha suggerito delle modifiche tecniche per facilitare il superamento dei passi dolomitici. Inoltre mi ha seguito nelle piccole modifiche estetiche che ho proposto prendendo qualche componente da altri modelli (tipo i bellissimi parafanghi in legno). Il risultato è veramente bellissimo, in linea con la filosofia Taurus incentrata all’estetica, tanto che ho proposto di metterla in catalogo come serie limitata “Dolomiti Touring” (bel nome, eh?).

Questo ha sicuramente gratificato le mie velleità di Designer, per adesso l’azienda ha apprezzato il suggerimento ma l’ha condizionato al successo del mio giro (vi ho già detto che mi sto allenando? )

Vediamo se settimana prossima, quando la ritiro, mi lasceranno pubblicare un primo post con la foto…

Claudio Bianchi

3 commenti
  1. Davide
    Davide dice:

    Secondo me, tra le cose che ti piace fare, dovevi citare anche chiacchierare, scrivere e condividere. Quindi questa avventura e questo blog fanno ancora più per te. Vai Claudio! Ti seguirò e ti penserò!

I commenti sono chiusi.